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La Maga Margì di G. Maria Bonomelli
Ecco una suggestiva leggenda che, fin da bambino, sentivo
raccontare dai nostri vecchi nella stalla, durante le lunghe
sere d'inverno, quando il miglior passatempo era di ascoltare,
da qualche abile narratore, storie e leggende che ci facevano
sgranare gli occhi dalla meraviglia o dal terrore.
La leggenda della Maga Margì dava una spiegazione sull'origine dei beni
nei lontani territori del Trentino in possesso della comunità
di Saviore, chiamati muco de l'aitar (i monti del di dentro).
La leggenda interessa anche dal punto di vista geografico,
perché sono indicati i toponimi di quelle zone, ben reperibili
sulle carte del T.C.L, soprattutto per quanto riguarda i nomi
dei monti, delle malghe e dei passi.
La miglior interpretazione della leggenda è stata scritta
dal dottor Alberto Paini, accademico del C.A.I. e originario di
Valle (BS), che ebbi l'onore di avere amico, sotto la cui guida,
da studente, in più occasioni, feci varie ascensioni all'Adamello, al Frisozzo, alle Lobbie ed ad altri monti del gruppo
Adamello-Presanella.
Il Paini, alla cui memoria rivolgo un grato pensiero,
appassionato e provetto alpinista e profondo conoscitore delle
nostre montagne, scrisse - nel volume "Tormenta sull'Alpe"
- la leggenda che riporto per gli amici lettori, sia pure con
qualche variazione che non altera, comunque, la sostanza del
racconto.
Adamolo era un ricco e intraprendente pastore della Val
Rendena.
Un giorno si era reso conto che i pascoli di quella valle
erano troppo angusti e non bastavano più per il molto suo
bestiame e volle scoprirne altri.
Decise di salire ai margini del ghiacciaio e poi su quello
fino alla vetta per esplorare la vicina Valle di Fumo. Poté,
dalla vetta, osservare solo la parte superiore della valle,
piccola, di pochi pascoli, tutta contornata di precipizi e di
candide nevi. Volle salire allora la calotta del Care Alto,
seguendo il ripido sdrucciolo del versante nord. Montò per
un bei tratto, ma poi, a causa della forte pendenza e per il
ghiaccio, scivolò e finì sul pianoro ghiacciato, in vetta, tra
il ghiacciaio di Làres e quello di Niscli. Si trovò sul pianoro
tutto confuso e graffiato con abbondante fuoriuscita di
sangue.
Fu raccolto dalla Maga Margì e da ella curato e guarito.
«Non salire mai più quella montagna lì - disse la Maga
e indicò il Care Alto - perché chi vi sale è maledetto e la
sua stirpe si estingue. Così sono gli ordini del Signore che
mi ha confinato qui a fare la guardia».
Adamolo guardò la montagna, guardò la Maga e sorrise
di scherno.
«Se la maga - pensò - conoscesse la mia fidanzata, la
bella e forte Danerba, luminosa e soave come la luna in
plenilunio, forte e coraggiosa tanto che, quando le si
incornavano (si immobilizzavano sulle rocce) le capre,
saliva sui dirupi, se le prendeva sotto braccio e le portava
fuori pericolo in un momento, non avrebbe detto cosi...
"Estinguersi la sua stirpe?... La stirpe di due giovani forti
come loro?».
II superbo Adamolo che voleva aumentare, a tutti i costi,
il bestiame, girò il Care Alto da sud, vi salì in vetta e scopri
i bei pascoli della Valle di Fumo e di Daone: li comperò e li
caricò del suo bestiame, dopo aver fatto sistemare la strada
che attraversa il passo delle Vacche.
Nei primi anni l'alpeggio andò a gonfie vele, le greggi e
le mandrie aumentavano di numero e tutto il bestiame era
il migliore che mai fosse esistito.
Dimenticò la predizione della Maga e, ormai ricchissimo sposò la bella Danerba. Dal loro matrimonio nacque
una bellissima bambina, cui venne dato il nome di Lena;
ne nacque poi una seconda che venne chiamata Ervma e,
dopo due anni, venne alla luce una terza bambina che
chiamarono Uzzina (1).
Erano tre bellissime bambine, ma Adamolo, per il gran
numero di mandrie e di greggi che possedeva, desiderava
ormai ardentemente di avere figli maschi per avviarli ad
essere buoni mandriani e buoni pastori e perché lo aiutassero negli allevamenti.
Ma dopo la nascita di Uzzina, Danerba non ebbe altre
maternità.
Si ricordò allora della maledizione che gli era stata
predetta dalla Maga Margì qualora avesse scalato il Care
Alto. Risalì la montagna per implorare il perdono, imboccò lo
sdrucciolo nord: nel pianoro dove l'aveva soccorso la prima
volta ritrovò la Maga come se lo stesse aspettando. Le si
inginocchiò vicino sulla neve dicendole, con voce rotta dalla
commozione: «Buona Fata Margì, ho peccato di superbia e
di presunzione contro di voi; ho offeso il Signore, perdonatemi, Fata Margì! Peccai nell'esuberanza della gioventù
spensierata e, ora, riconosco di aver peccato contro i voleri
divini. Perdonatemi!».
La Maga lo guardò tristemente e con dolcezza gli
rispose:
«La superbia, Adamolo mio, è uno dei peccati più gravi.
Io stessa sono qui confinata a scontare un peccato di
superbia. Non hai mai sentito parlare del pastore Battista
Care di "Valle"? Battista era il mio fidanzato; era il più bel
giovane della Valle di Saviore e possedeva le più belle
pecore della valletta. Erano le più belle, perché le pascolava
tutte le estati nei carécc (2) di Cop del Breguzzo, di Cop di
Casa, di Cop di Mezzo e di Cop Care (3). Io ero naturalmente
orgogliosa di Battista e del suo gregge e lo esortai, anzi lo
incitai a curare ancor più gli armenti, a cercare nuovi
pascoli ricchi di foraggi prelibati, ad aumentare sempre più il bestiame, a diventare il primo e il più ricco pastore delle
Valli di Saviore e di Daone.
Spinto da me, Battista Care
volle salire questa montagna per esplorare altri pascoli
verso le Valli di Borzago e di Genova; ma salito che fu,
Battista precipitò dalle rocce e si perdette negli abissi della
montagna. Povero il mio Battista! Ed era stata colpa mia
e della mia superbia!».
«In seguito alla disgrazia di Battista Care - continuò la
Maga - Dio mi ha punita e confinata qui per l'eternità, su
questo alto mondo, dove vengono puniti tutti quelli che
vogliono salirvi per superbia e in dispregio dell'Altissimo.
Io devo qui, oltre ad espiare la mia colpa per i consigli
temerari dati a Battista, che ebbe con la morte l'onore di
dare il nome alla montagna, fare la guardiana e seguire gli
ordini del Signore contro i superbi. Tu, Adamolo, hai deriso
gli ordini di Dio, fidando nella tua forza giovanile e in quella
della tua sposa Danerba e sarai castigato. Danerba non
avrà altri figli, ne le tue figliole ne avranno. Le tue greggi
e le tue mandrie diverranno sterili e finiranno sui Monti di
dentro...».
Adamolo pregò la Maga di intercedere presso l'Eterno
per cambiare la sorte sua e dei suoi cari, pianse, si disperò
e promise di far costruire una chiesetta nei piani di Malga
Bissina. Ma la Maga gli profetizzò:
«Vedo, Adamolo, che ormai così è segnato dalla volontà
divina e così sarà. Per i peccati di superbia, l'Eterno è severo
e solo con questa espiazione terrena, alla tua morte, ti
riconcilierai con Lui. Adamolo, pensa che vedo nel futuro
dei superbi nemici che porteranno, per predominare, qui sul
Care Alto persino i loro cannoni e che con questi cercheranno di prevalere; ma non prevarranno. Essi saranno
distrutti, nonostante i vasti campi di morte che semineranno sulla terra».
Adamolo discese rassegnato al volere di Dio e raccontò
a Danerba la maledizione che incombeva su di loro, sulle
loro creature e persino sul bestiame.
Adamolo e Danerba invecchiarono e, in mancanza di
figli maschi, le tre figlie si dedicarono alla cura delle
mandrie e delle greggi.
Buona parte del bestiame cominciò a trovarsi senza
latte e senza concepimento. Anche due bellissime giovenche
crebbero completamente sterili. Così, col passar degli anni il bestiame diradava, nonostante che Adamolo discendesse
tutti gli anni nel Bresciano e nel Cremasco a comperare
vitelle per riempire i vuoti e rinsanguare le mandrie.
Diminuito il bestiame, Adamolo aveva dovuto cercare altri Colonnelli, allevatori di Valle di Saviore e di Valle
Camonica che venissero in Val di Fumo e di Daone a
pascolare d'estate, onde non lasciare deserte le pasture.
Così coi Colonnelli di Valle Camonica la figlia Lena
caricava le alpi pascolive di Val di Leno, del Gello e del
Gellino verso il passo di Rossola; Ervina dirigeva i pascoli
di Malga Ervina, Cerudine, Campo e Rè di Castello; Uzzina
quelli di Bissina, Latola, Breguzzo e Val di Fumo. Fra i
Colonnelli di Valle Camonica primeggiava Simone di
Cimbergo che coadiuvava Lena nelle Alpi di Leno; Tomaso
di Paspardo aiutava Ervina nelle sue e Bernardo di Valle
coadiuvava Uzzina nelle Alpi pascolive superiori della Val
di Fumo.
Avvenne così quello che era logico avvenisse: al secondo
e al terzo anno di alpeggio misto, col bestiame cioè che
proveniva in Valle di Daone e di Fumo, per il Passo di
Campo e il Passo delle Vacche, rispettivamente dalla Val
Camonica e dalla Val Rendena, le tre fanciulle si fidanzarono ai tre Colonnelli di Valcamonica.
Erano tre bravi giovanotti, sani, robusti e ottimi
allevatori e Adamolo e Danerba, nonostante il segreto che
pesava sul loro cuore, furono ben felici che i tre giovani
venissero ad allietare la loro casa e a portare un valido aiuto
per il governo del bestiame, sparpagliato un po' dappertutto
e nella massima parte custodito solo da "famigli" e da
mercenari.
Adamolo aveva fatto costruire, come aveva promesso,
nonostante la punizione che pendeva sul suo capo e su
quello delle figlie, una bellissima chiesetta, allo scopo di
espiare in questo mondo il suo peccato di superbia e di
sottomettersi ai voleri dell'Eterno. Stabilì, quindi, che i tre
matrimoni fossero celebrati contemporaneamente in detta
chiesetta verso l'autunno del terzo anno di fidanzamento.
Al lieto rito volle che fosse data la massima solennità.
Il
Principe Vescovo di Trento fu invitato a benedire la
chiesetta e le nozze dei giovani, mentre fuochi di gala
sarebbero stati accesi sul Rè di Castello, sul Boazzolo, sulla
Cima Atola, sul Cop di Breguzzo, sul Cop di Casa e al Passo
delle Vacche sotto il Care Alto.
Una lunga teoria di muli recò ampie boghe (otri) di vino,
ceste colme di frutta, dolci e altre leccornie dai Passi di
Campo e delle Vacche, così che il triplice matrimonio fu
festeggiato con la più viva gioia. Un capo minuto di
bestiame fu assegnato a ognuno dei poveri di Valcamonica
e di Val Rendena.
Solo il Caré Alto fu, il giorno delle nozze, imbronciato.
Nella giornata e a sera fu avvolto dalla nebbia. La sera
dette anzi diversi guizzi di lampo e fu udito il cupo brontolio
del tuono. Ma solo Adamolo e Danerba capirono il
significato del fenomeno e conservarono in cuor loro il triste
segreto.
Le tre fanciulle passarono, quindi, in Valle Camonica:
Lena a Cimbergo, Ervina a Paspardo e Uzzina a Valle.
Le Alpi pascolive di Val di Fumo e di Daone furono, l'anno dopo, pascolate da armenti di Simone e Lena, di
Tomaso ed Ervina e di Bernardo e Uzzina.
Adamolo e Danerba vennero in Valle Camonica ospiti
dei generi e delle figlie e, durante l'estate, dimoravano un
po' al Leno, un po' in Bissina e un po' al Breguzzo.
Le Valli di Fumo e Daone erano sempre belle e
suggestive e davano lieto risalto alla bellissima e sana
gioventù che costituiva le tre famiglie, che le riempiva di
allegria e di promesse.
pensò alla fortissima somma che sarebbe occorsa per farla
riattare.
Quell'anno il bestiame della Rendena dovette essere
fatto scendere girando a fondovalle per Boazzo, Daone e
Tione.
La strada alla testata di Val San Valentino, sotto il Care
Alto, non fu più sistemata. Restò solamente il tratto che,
dal Passo delle Vacche, scende a Cop Care e a Malga Fumo.
Si vede ancor oggi.
Il carico e lo scarico dei bovini per la Valle di Daone e
Val di Fumo fu poi sempre praticato solo sul fondovalle e
per il passo di Campo.
Lena, Ervina e Uzzina non ebbero figli.
Adamolo, sentendosi prossimo alla fine, era salito, per
l'ultima volta, al pianoro del Care Alto in cerca della Maga
Margì; ma non l'aveva trovata. La cercò a lungo, la chiamò.
Invano. Maga Margì non si fece più viva.
Sconfortato, Adamolo era sceso in Val Rendena e pochi
anni dopo, lui e la sua Danerba, confortati dalle figlie e dai
generi, chiusero gli occhi in pace con Dio e furono sepolti
nel piccolo cimitero in vista delle Dolomiti del Brenta, del
Care Alto e della Presanella.
Adamolo, morendo, lasciò per testamento ai suoi cari e
a tutti gli uomini di «guardarsi dal peccato di superbia»,
perché fu sempre, ed è, il peccato che fece e che fa più male.
Passarono alcuni anni, ma le tre gagliarde coppie non
ebbero prole.
Quando Adamolo e Danerba, ormai vecchi, tornarono
per il Passo delle Vacche, in Val Rendena, constatarono con
vivo dispiacere che dalla parete sud del Care Alto era
precipitata una grossa frana, che aveva asportato la strada,
fatta sistemare molti anni prima. Adamolo ne fu turbato e
all'umanità.
I mariti delle tre figlio di Adamolo e Danerba divennero
Barba Simù, Barba Tome e Barba Nardo.
Morte le figlie e i generi, senza ormai più greggi ne
mandrie, le Alpi pascolive di Valle di Daone e di Fumo
furono lasciate: il Leno, il Gello ed il Celiino al Comune di
Cimbergo; la Bissina, Ervina, Pietra Fessa e Latola al
Comune di Paspardo, e il Breguzzo, Campo, Rè di Castello
e Cerudine al Comune di Saviore.
Quando, negli anni 1915, '16 e '17, gli Austriaci fortificarono e munirono di artiglierie il Care Alto, caposaldo della
loro difesa nella zona dell'Adamello-Val di Fumo, lavorando
di mine, sullo sperone nord-ovest, in una caverna, trovarono
due scheletri umani.
L'ufficiale medico li riconobbe per i resti di un uomo e
di una donna. Secondo la fantasia popolare erano quelli di
Battista Care e della sua fidanzata, la Maga Margì.
Battista Care aveva dato il nome al Care Alto; la Maga
Margì, invece, dette il nome ai compaesani del suo
Bernardo, i quali, ancor oggi, si chiamano Maghi.
(Tratta
da P. Mantovani, A. Togni, VALLE DI DAONE o delle Sorgenti nel Giardino dei Ginepri
- cronache di un viaggio)

Giuseppe Papaleoni
La maga Margì
La Bura
ME RICORDO … "La Cà dei Siuri"
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