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lunedì, 6 settembre 2010

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La Maga Margì di G. Maria Bonomelli


Istantanea dalla Valle di Daone Ecco una suggestiva leggenda che, fin da bambino, sentivo raccontare dai nostri vecchi nella stalla, durante le lunghe sere d'inverno, quando il miglior passatempo era di ascoltare, da qualche abile narratore, storie e leggende che ci facevano sgranare gli occhi dalla meraviglia o dal terrore. 
La leggenda della Maga Margì dava una spiegazione sull'origine dei beni nei lontani territori del Trentino in possesso della comunità di Saviore, chiamati muco de l'aitar (i monti del di dentro).
 La leggenda interessa anche dal punto di vista geografico, perché sono indicati i toponimi di quelle zone, ben reperibili sulle carte del T.C.L, soprattutto per quanto riguarda i nomi dei monti, delle malghe e dei passi. 
La miglior interpretazione della leggenda è stata scritta dal dottor Alberto Paini, accademico del C.A.I. e originario di Valle (BS), che ebbi l'onore di avere amico, sotto la cui guida, da studente, in più occasioni, feci varie ascensioni all'Adamello, al Frisozzo, alle Lobbie ed ad altri monti del gruppo Adamello-Presanella. 
Il Paini, alla cui memoria rivolgo un grato pensiero, appassionato e provetto alpinista e profondo conoscitore delle nostre montagne, scrisse - nel volume "Tormenta sull'Alpe" - la leggenda che riporto per gli amici lettori, sia pure con qualche variazione che non altera, comunque, la sostanza del racconto.


Adamolo era un ricco e intraprendente pastore della Val Rendena. Un giorno si era reso conto che i pascoli di quella valle erano troppo angusti e non bastavano più per il molto suo bestiame e volle scoprirne altri.
Decise di salire ai margini del ghiacciaio e poi su quello fino alla vetta per esplorare la vicina Valle di Fumo. Poté, dalla vetta, osservare solo la parte superiore della valle, piccola, di pochi pascoli, tutta contornata di precipizi e di candide nevi. Volle salire allora la calotta del Care Alto, seguendo il ripido sdrucciolo del versante nord. Montò per un bei tratto, ma poi, a causa della forte pendenza e per il ghiaccio, scivolò e finì sul pianoro ghiacciato, in vetta, tra il ghiacciaio di Làres e quello di Niscli. Si trovò sul pianoro tutto confuso e graffiato con abbondante fuoriuscita di sangue.
Fu raccolto dalla Maga Margì e da ella curato e guarito. «Non salire mai più quella montagna lì - disse la Maga e indicò il Care Alto - perché chi vi sale è maledetto e la sua stirpe si estingue. Così sono gli ordini del Signore che mi ha confinato qui a fare la guardia».
Adamolo guardò la montagna, guardò la Maga e sorrise di scherno.
«Se la maga - pensò - conoscesse la mia fidanzata, la bella e forte Danerba, luminosa e soave come la luna in plenilunio, forte e coraggiosa tanto che, quando le si incornavano (si immobilizzavano sulle rocce) le capre, saliva sui dirupi, se le prendeva sotto braccio e le portava fuori pericolo in un momento, non avrebbe detto cosi... "Estinguersi la sua stirpe?... La stirpe di due giovani forti come loro?».
II superbo Adamolo che voleva aumentare, a tutti i costi, il bestiame, girò il Care Alto da sud, vi salì in vetta e scopri i bei pascoli della Valle di Fumo e di Daone: li comperò e li caricò del suo bestiame, dopo aver fatto sistemare la strada che attraversa il passo delle Vacche.
Nei primi anni l'alpeggio andò a gonfie vele, le greggi e le mandrie aumentavano di numero e tutto il bestiame era il migliore che mai fosse esistito.
Dimenticò la predizione della Maga e, ormai ricchissimo sposò la bella Danerba. Dal loro matrimonio nacque una bellissima bambina, cui venne dato il nome di Lena; ne nacque poi una seconda che venne chiamata Ervma e, dopo due anni, venne alla luce una terza bambina che chiamarono Uzzina (1).
Erano tre bellissime bambine, ma Adamolo, per il gran numero di mandrie e di greggi che possedeva, desiderava ormai ardentemente di avere figli maschi per avviarli ad essere buoni mandriani e buoni pastori e perché lo aiutassero negli allevamenti.
Ma dopo la nascita di Uzzina, Danerba non ebbe altre maternità. Si ricordò allora della maledizione che gli era stata predetta dalla Maga Margì qualora avesse scalato il Care Alto. Risalì la montagna per implorare il perdono, imboccò lo sdrucciolo nord: nel pianoro dove l'aveva soccorso la prima volta ritrovò la Maga come se lo stesse aspettando. Le si inginocchiò vicino sulla neve dicendole, con voce rotta dalla commozione: «Buona Fata Margì, ho peccato di superbia e di presunzione contro di voi; ho offeso il Signore, perdonatemi, Fata Margì! Peccai nell'esuberanza della gioventù spensierata e, ora, riconosco di aver peccato contro i voleri divini. Perdonatemi!». La Maga lo guardò tristemente e con dolcezza gli rispose:
«La superbia, Adamolo mio, è uno dei peccati più gravi.
Io stessa sono qui confinata a scontare un peccato di superbia. Non hai mai sentito parlare del pastore Battista Care di "Valle"? Battista era il mio fidanzato; era il più bel giovane della Valle di Saviore e possedeva le più belle pecore della valletta. Erano le più belle, perché le pascolava tutte le estati nei carécc (2) di Cop del Breguzzo, di Cop di Casa, di Cop di Mezzo e di Cop Care (3). Io ero naturalmente orgogliosa di Battista e del suo gregge e lo esortai, anzi lo incitai a curare ancor più gli armenti, a cercare nuovi pascoli ricchi di foraggi prelibati, ad aumentare sempre più il  bestiame, a diventare il primo e il più ricco pastore delle Valli di Saviore e di Daone. 
Spinto da me, Battista Care volle salire questa montagna per esplorare altri pascoli verso le Valli di Borzago e di Genova; ma salito che fu, Battista precipitò dalle rocce e si perdette negli abissi della montagna. Povero il mio Battista! Ed era stata colpa mia e della mia superbia!». «In seguito alla disgrazia di Battista Care - continuò la Maga - Dio mi ha punita e confinata qui per l'eternità, su questo alto mondo, dove vengono puniti tutti quelli che vogliono salirvi per superbia e in dispregio dell'Altissimo. Io devo qui, oltre ad espiare la mia colpa per i consigli temerari dati a Battista, che ebbe con la morte l'onore di dare il nome alla montagna, fare la guardiana e seguire gli ordini del Signore contro i superbi. Tu, Adamolo, hai deriso gli ordini di Dio, fidando nella tua forza giovanile e in quella della tua sposa Danerba e sarai castigato. Danerba non avrà altri figli, ne le tue figliole ne avranno. Le tue greggi e le tue mandrie diverranno sterili e finiranno sui Monti di dentro...».
Adamolo pregò la Maga di intercedere presso l'Eterno per cambiare la sorte sua e dei suoi cari, pianse, si disperò e promise di far costruire una chiesetta nei piani di Malga Bissina. Ma la Maga gli profetizzò:
«Vedo, Adamolo, che ormai così è segnato dalla volontà divina e così sarà. Per i peccati di superbia, l'Eterno è severo e solo con questa espiazione terrena, alla tua morte, ti riconcilierai con Lui. Adamolo, pensa che vedo nel futuro dei superbi nemici che porteranno, per predominare, qui sul Care Alto persino i loro cannoni e che con questi cercheranno di prevalere; ma non prevarranno. Essi saranno distrutti, nonostante i vasti campi di morte che semineranno sulla terra».
Adamolo discese rassegnato al volere di Dio e raccontò a Danerba la maledizione che incombeva su di loro, sulle loro creature e persino sul bestiame. Adamolo e Danerba invecchiarono e, in mancanza di figli maschi, le tre figlie si dedicarono alla cura delle mandrie e delle greggi. Buona parte del bestiame cominciò a trovarsi senza latte e senza concepimento. Anche due bellissime giovenche crebbero completamente sterili. Così, col passar degli anni il bestiame diradava, nonostante che Adamolo discendesse tutti gli anni nel Bresciano e nel Cremasco a comperare vitelle per riempire i vuoti e rinsanguare le mandrie.

Diminuito il bestiame, Adamolo aveva dovuto cercare altri Colonnelli, allevatori di Valle di Saviore e di Valle Camonica che venissero in Val di Fumo e di Daone a pascolare d'estate, onde non lasciare deserte le pasture.
Così coi Colonnelli di Valle Camonica la figlia Lena caricava le alpi pascolive di Val di Leno, del Gello e del Gellino verso il passo di Rossola; Ervina dirigeva i pascoli di Malga Ervina, Cerudine, Campo e Rè di Castello; Uzzina quelli di Bissina, Latola, Breguzzo e Val di Fumo. Fra i Colonnelli di Valle Camonica primeggiava Simone di Cimbergo che coadiuvava Lena nelle Alpi di Leno; Tomaso di Paspardo aiutava Ervina nelle sue e Bernardo di Valle coadiuvava Uzzina nelle Alpi pascolive superiori della Val di Fumo. Avvenne così quello che era logico avvenisse: al secondo e al terzo anno di alpeggio misto, col bestiame cioè che proveniva in Valle di Daone e di Fumo, per il Passo di Campo e il Passo delle Vacche, rispettivamente dalla Val Camonica e dalla Val Rendena, le tre fanciulle si fidanzarono ai tre Colonnelli di Valcamonica. Erano tre bravi giovanotti, sani, robusti e ottimi allevatori e Adamolo e Danerba, nonostante il segreto che pesava sul loro cuore, furono ben felici che i tre giovani venissero ad allietare la loro casa e a portare un valido aiuto per il governo del bestiame, sparpagliato un po' dappertutto e nella massima parte custodito solo da "famigli" e da mercenari. 
Adamolo aveva fatto costruire, come aveva promesso, nonostante la punizione che pendeva sul suo capo e su quello delle figlie, una bellissima chiesetta, allo scopo di espiare in questo mondo il suo peccato di superbia e di sottomettersi ai voleri dell'Eterno. Stabilì, quindi, che i tre matrimoni fossero celebrati contemporaneamente in detta chiesetta verso l'autunno del terzo anno di fidanzamento.
Al lieto rito volle che fosse data la massima solennità. 
Il Principe Vescovo di Trento fu invitato a benedire la chiesetta e le nozze dei giovani, mentre fuochi di gala sarebbero stati accesi sul Rè di Castello, sul Boazzolo, sulla Cima Atola, sul Cop di Breguzzo, sul Cop di Casa e al Passo delle Vacche sotto il Care Alto.

Una lunga teoria di muli recò ampie boghe (otri) di vino, ceste colme di frutta, dolci e altre leccornie dai Passi di Campo e delle Vacche, così che il triplice matrimonio fu festeggiato con la più viva gioia. Un capo minuto di bestiame fu assegnato a ognuno dei poveri di Valcamonica e di Val Rendena.

Solo il Caré Alto fu, il giorno delle nozze, imbronciato. Nella giornata e a sera fu avvolto dalla nebbia. La sera dette anzi diversi guizzi di lampo e fu udito il cupo brontolio del tuono. Ma solo Adamolo e Danerba capirono il significato del fenomeno e conservarono in cuor loro il triste segreto. Le tre fanciulle passarono, quindi, in Valle Camonica: Lena a Cimbergo, Ervina a Paspardo e Uzzina a Valle. Le Alpi pascolive di Val di Fumo e di Daone furono, l'anno dopo, pascolate da armenti di Simone e Lena, di Tomaso ed Ervina e di Bernardo e Uzzina. Adamolo e Danerba vennero in Valle Camonica ospiti dei generi e delle figlie e, durante l'estate, dimoravano un po' al Leno, un po' in Bissina e un po' al Breguzzo.
Le Valli di Fumo e Daone erano sempre belle e suggestive e davano lieto risalto alla bellissima e sana gioventù che costituiva le tre famiglie, che le riempiva di allegria e di promesse.
pensò alla fortissima somma che sarebbe occorsa per farla riattare.
Quell'anno il bestiame della Rendena dovette essere fatto scendere girando a fondovalle per Boazzo, Daone e Tione.
La strada alla testata di Val San Valentino, sotto il Care Alto, non fu più sistemata. Restò solamente il tratto che, dal Passo delle Vacche, scende a Cop Care e a Malga Fumo. Si vede ancor oggi.
Il carico e lo scarico dei bovini per la Valle di Daone e Val di Fumo fu poi sempre praticato solo sul fondovalle e per il passo di Campo.
Lena, Ervina e Uzzina non ebbero figli.
Adamolo, sentendosi prossimo alla fine, era salito, per l'ultima volta, al pianoro del Care Alto in cerca della Maga Margì; ma non l'aveva trovata. La cercò a lungo, la chiamò. Invano. Maga Margì non si fece più viva.
Sconfortato, Adamolo era sceso in Val Rendena e pochi anni dopo, lui e la sua Danerba, confortati dalle figlie e dai generi, chiusero gli occhi in pace con Dio e furono sepolti nel piccolo cimitero in vista delle Dolomiti del Brenta, del Care Alto e della Presanella. Adamolo, morendo, lasciò per testamento ai suoi cari e a tutti gli uomini di «guardarsi dal peccato di superbia», perché fu sempre, ed è, il peccato che fece e che fa più male. Passarono alcuni anni, ma le tre gagliarde coppie non ebbero prole.
Quando Adamolo e Danerba, ormai vecchi, tornarono per il Passo delle Vacche, in Val Rendena, constatarono con vivo dispiacere che dalla parete sud del Care Alto era precipitata una grossa frana, che aveva asportato la strada, fatta sistemare molti anni prima. Adamolo ne fu turbato e all'umanità.
I mariti delle tre figlio di Adamolo e Danerba divennero Barba Simù, Barba Tome e Barba Nardo.
Morte le figlie e i generi, senza ormai più greggi ne mandrie, le Alpi pascolive di Valle di Daone e di Fumo furono lasciate: il Leno, il Gello ed il Celiino al Comune di Cimbergo; la Bissina, Ervina, Pietra Fessa e Latola al Comune di Paspardo, e il Breguzzo, Campo, Rè di Castello e Cerudine al Comune di Saviore. Quando, negli anni 1915, '16 e '17, gli Austriaci fortificarono e munirono di artiglierie il Care Alto, caposaldo della loro difesa nella zona dell'Adamello-Val di Fumo, lavorando di mine, sullo sperone nord-ovest, in una caverna, trovarono due scheletri umani.
L'ufficiale medico li riconobbe per i resti di un uomo e di una donna. Secondo la fantasia popolare erano quelli di Battista Care e della sua fidanzata, la Maga Margì.
Battista Care aveva dato il nome al Care Alto; la Maga Margì, invece, dette il nome ai compaesani del suo Bernardo, i quali, ancor oggi, si chiamano Maghi.

(Tratta da P. Mantovani, A. Togni, VALLE DI DAONE o delle Sorgenti nel Giardino dei Ginepri - cronache di un viaggio

Giuseppe Papaleoni
La maga Margì
La Bura
ME RICORDO … "La Cà dei Siuri"


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